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Ci sono piccole storie, storie private di uomini, donne, famiglie, che a sentirsele raccontare ci si ritrova dentro il filo di una storia assai piu grande: la storia di una comunità, di un popolo, di una terra.

Così accade nella vicenda di Giuseppe Bernacchi, nato a Montemerano nel 1941 da babbo muratore, e oggi titolare di una fra le più prestigiose e richieste imprese edili della bassa Maremma.

Sessant'anni cruciali, quelli che Giuseppe si porta con orgoglio sulle spalle. Sessantanni nel corso dei quali, bivio dopo bivio, Manciano ha imboccato di volta in volta i sentieri del suo futuro. Poco cemento, leggerissima industria, niente posti o quasi per palazzinari e villeggianti a schiera al pur ricco banchetto del miracolo ter­male. Un cammino lento, difficile, spesso osteggiato, epperò premiato oggi da straor­dinarie prospettive legate alla qualità del territorio.

Il lento rinascere dei centri storici e il rapidissimo fiorire di incantevoli aziende agrituristiche, l'immagine vincente della Manciano del Duemila, si nutre anche del sudore di quest'uomo. Un sudore che arriva da lontano, risalendo i cromosomi del padre muratore, del nonno fabbro e di quell'altro nonno "frattarolo", sceso dall'Appennino per costruire staccio­nate. In una catena di sangue, affetti e vocazioni che s'allunga, oltre Giuseppe, ai suoi tre figli ormai pronti a ereditare i destini dell'impresa, e alla sempre più folta tribù dei nipoti.

Il glossario dell'avventura di Beppe Bernacchi, del resto, ruota intorno a tre voca­boli-architrave: casa, famiglia, Montemerano. Nell'ufficio della ditta, alle pareti, non scintillano calendari osé né opere d'arte, ma foto virate seppia e ritratti di antenati. Seduto alla scrivanìa col sigaro alle labbra, tra una boccata e un pensiero Beppe si volge spesso, a quelle immagini, come a invocarne conforto e ispirazione. "Quella è la mamma alla vigna", indica con un tremito alla voce. Sildea Marioni, una donna dolce e paziente, che col sorriso e le parole giuste sapeva sempre metter pace tra il pic­colo Giuseppe e quel papà un po' burbero. "Mi pare di vederla...", Ed è da lì, da quei volti fieri e scavati di rughe e fatiche, che quando gli chiedi di parlarti di sé e della sua azienda, Giuseppe Bernacchi comincia il suo racconto. Dal nonno fabbro, dal nonno "frattarolo", da Montemerano, dalla casa...

Sono nato il 13 settembre 1941 a Montemerano, in casa. Una famiglia di arti­giani, la nostra. Il mio babbo era muratore, ma non voleva che anche suo figlio faces­se quel mestiere umile e duro. Così, quando nel 1956 finii le scuole dell'obbligo, mi mandò a Pistoia, in collegio, a studiare da geometra". Beppe però, a star lontano dal suo paese proprio non ci riusciva. "Scappai poco dopo, e siccome soldi non ne avevo, me ne tornai a piedi, da Pistoia a Manciano in un giorno solo, sfruttando i passaggi dei camion. Quando il babbo mi vide a casa, non disse una parola: andammo dal calzolaio, mi fece costruire su misura un paio di scarpe alte e pesanti, e poi mi portò con lui in cantiere, a fare il manovale".

Non era cattivo, il babbo, non voleva punire suo figlio, non voleva avviarlo giovanissimo alla fatica. Lui, per quel suo ragazzo, sognava un futuro migliore, l'affranca mento dalla lotta quotidiana per la pagnotta. L'esperienza in cantiere, pensò, gli avrebbe spalancato gli occhi sulla durezza di quella vita. L'avrebbe convinto a cercar si un posto sicuro, magari un impiego pubblico, con le sei ore al giorno, lo stipendio garantito, il tempo libero per una seconda attività. E soprattutto il rispetto di tutti. Per esempio, un bel posto di daziere. "Feci il concorso - ricorda Giuseppe - e lo vinsi. Ma a me quel lavoro non piaceva". Anche perché avrebbe dovuto partire, andarsene in un ufficio lontano. E allora, come il Buffalo Bill di De Gregori tra la vita e la morte sceglie l'America, così Beppe Bernacchi, non ancora diciottenne, tra Sassari e Saluzzo preferì Montemerano.

"Decisi di fare l'artigiano per conto mio. E il 9 settembre del 1959, fui iscritto alla Camera di Commercio di Grosseto con un certificato di "emancipazione", perché non ero ancora maggiorenne, anche grazie all'aiuto dell'allora presidente, il ragionier Meloni".

Non è uno che dimentica, Giuseppe Bernacchi. Il racconto della sua vita, delle fortune e dei momenti difficili, è il racconto di un'epopea corale nella quale trovano posto - nomi e cognomi - tutti coloro che gli hanno dato una mano, che gli sono stati vicini, che gli hanno insegnato qualcosa. Ma soprattutto, un'epopea in cui ancora vive, respira e sorride il suo babbo, maestro di vita e d'amore ancor prima che padre "Morì nel 1970, e quel giorno, l'ultimo giorno, non bevve la sua amata tazza di caffè, perché, disse, non si sentiva bene. Da allora, da quel mattino, non ho mai più preso un caffè. Bevo soltanto orzo".

Retorica, semplice affetto filiale? No, tutt'altro e molto di più: un piccolo gesto che ogni mattina, da trentadue anni, rinnova l'unione fisica e del cuore con un "uomo straordinario" Suo figlio, Beppe, aveva disobbedito ai suoi desideri, non era diventato geometra e aveva lasciato un comodo posto di daziere per rischiare con un'impresa in proprio. Altri avrebbero urlato, battuto i pugni sul tavolo, sfoderato la cinghia. Lui no. "Va bene - disse al suo ragazzo guardandolo negli occhi - se tu non vuoi fare come dico io e non vuoi venire a lavorare con me, allora vengo io a lavorare con te".

Nel 1961 - ricorda Giuseppe commosso - diventò mio dipendente. Facevamo soprattutto piccole ristrutturazioni, la casa del paesano, qualche annesso agricolo... Non c'era gran lavoro". Nel frattempo però a Montemerano apre la cava di traverti­no, e arriva una commessa sostanziosa, la costruzione dei capannoni per gli uffici. Quindi, nel 1962, la prima vera svolta: "Comprammo un lotto dal Comune e ci edi­ficammo il primo fabbricato da rivendere, io i soldi non li avevo. Mio padre, invece, in tutta la sua vita di fatiche aveva messo da parte tre milioni. Glieli chiesi, lui non voleva, poi gli parlò la mamma e me li diede tutti. Finchè durano - disse - poi non ce ne sono più".

Una scommessa, l'ennesima di quell'uomo straordinario su suo figlio, che si rivelò vincente. Gli affari cominciarono a decollare, e per diversi anni il lavo­ro non mancò. "Poi, tra il '66 e il '67, qui arrivò un po' di crisi. Allora ci spo­stammo sull'Argentario". Era il boom delle villette al mare, soprattutto alla Giannella spuntavano come funghi. Beppe, con l'energia della gioventù, segui­va i cantieri sulla costa, il babbo gestiva quelli di Manciano.

L'impresa funziona, e Giuseppe mette su famiglia. Prende moglie, ovvia­mente dai paesi suoi: nel 1968 sposa Anna, montemeranese doc, e nel '69 nasce Luisa. La primogenita, e l'unica che avrà la fortuna, sia pure per poco, di essere coccolata dal nonno paterno. Guido e Michela arriveranno infatti dopo la sua morte, rispettivamente nel 1971 e nel 1973- Negli anni, insomma, nei quali anche il miracolo edilizio dell'Argentario volge al tramonto, mentre comincia­no i primi investimenti immobiliari su quelle colline dell'entroterra che la sto­ria sembrava aver condannato a isolamento e arretratezza. Un po' il vento degli affari, un po' il desiderio di restare il più vicino possibile alla sua ormai grande famiglia, il destino spinge dunque Giuseppe di nuovo a tempo pieno nei cantie­ri di Manciano. "Tra il '72 e il 73 qui prese a muoversi qualcosa. Arrivavano i primi turisti e s'iniziavano le prime ristrutturazioni, soprattutto agricoltori che facevano ampiamenti". Il sistema degli agriturismi, delle aziende agricole di qualità, delle strutture ricettive di pregio, ancora non sbocciava, in grande ritar­do rispetto alle vicine terre di Siena. Ma qualche facoltoso villeggiante romano, fiorentino o milanese, giunto magari quassù dall'Argentario per una capatina alle terme di Saturnia, aveva già messo occhi e mani sulle potenzialità di un terri­torio tanto selvaggio quanto miracolosamente preservato. Gente che aveva girato il mondo e conosceva il valore di cose come le antiche pietre, gli oggetti d'uso conta­dino, i pavimenti consumati dal tempo, le travi dei solai bucate dai tarli... E le acqui­stava spesso per poche lire da chi, assetato di "progresso", le considerava vecchiume da rimpiazzare in fretta con plastica, ferro e cemento. Giuseppe Bernacchi non s'era mai occupato di ristrutturazioni "di pregio". Ma imparò presto, un po' perché sape­va ascoltare indicazioni e consigli dai committenti, un po' perché nei cantieri della costa s'era confrontato con illustri e bravissimi architetti. Ma soprattutto perché quelli di Montemerano la tutela della memoria storica ce l'hanno scritta nel codice genetico: "Qui da noi - s'arrabbia Giuseppe - ancora adesso non c'è praticamente nulla di vincolato dalla soprintendenza. Solo l'architrave di una finestra, in centro storico, nella casa ch'era del mio nonno, per via di una vecchia scritta che c'è sopra, Quello che s'è salvato, s'è salvato per la men­talità nostra. E se oggi Montemerano è così bella, il merito è tutto dei montemeranesi. E di quei turisti che volevano certe cose, le hanno realizzate e ce le hanno insegnate".

Un po' alla volta, l'impresa Bernacchi rivolge tutte le sue energie alle ristrutturazioni. E siccome le richieste aumentano, Giuseppe pensa bene che sia il caso di far nascere anche nel Comune di Manciano un emporio dove si vendano materiali per l'e­dilizia. "Non c'era nulla del genere, qui. Bisognava andare a Grosseto, solo il Consorzio Agrario aveva il cemento. La calce, inve­ce, si faceva artigianalmente nei campi, cuocendola nei forni di pietra. Decisi di prendermi la licenza per un negozietto...". Il "negozietto", alias "Emporio Bernacchi", è oggi gestito dalla signora Anna, col prezioso supporto, in amministrazione, della terzogenita Michela. Un esercizio commerciale avviato, ma soprattutto un prezioso servizio per la comunità paesana. Che quindici anni fa si strinse in una formidabile catena di solidarietà collettiva per far rinascere l'Emporio Bernacchi dalle sue ceneri.

Il 6 maggio 1988 - ricorda Beppe - il negozio bruciò, insieme alla nostra abitazione, che era al piano superiore, a causa di un corto circuito. Non ero neppure assicurato, contro gli incendi. Fu un colpo durissimo, ma non ci arrendemmo. Grazie soprat­tutto al sostegno di chi ci stava intorno". La casa, naturalmente, se la ricostruisce Giuseppe, aiutato da tutti i suoi operai. Intanto una famiglia amica ("I signori Avanzati", precisa Beppe con la consueta puntigliosità) mette a disposizione dei Bernacchi un appartamento per l'alloggio provvisorio: "E dentro, con la collaborazione dell'intero paese, mi ci fecero trovare tutto", persino una macchinetta con l'orzo (e non il caffè...) già pronto. "A luglio - racconta piangendo come un bimbo Giuseppe - reinaugurammo il negozio, anche se con gli scaffali vuoti. Arrivò tutto il paese, e gli scaffali si riempirono subito di fiori e di cose da mangiare, fatte da noi o portate dai paesani".

Una batosta, dalla quale Bernacchi si riprende in fretta. Ormai l'abilità e la competenza della sua ditta nelle ristrutturazioni è conosciuta ovunque, e il business degli agriturismi è quasi all'apice. A Manciano e nella Maremma sud arrivano i grandi investi­tori, e con loro le committenze prestigiose. "Nell'89 - racconta Beppe - abbiamo lavorato per la ristrutturazione delle Terme di Saturnia e del Castello di Scerpena: grossi lavori, grazie ai quali ho avuto la possibilità di rimettermi in sesto".

Gli alti e bassi, in questo settore, non mancano, e accanto alle cose belle (come il restauro del Country Club "Mondo Nuovo", del ristorante Caino e i Due Cippi da Michele, o i lavori per l'onorevole Bassanini alla Capriola), c'è anche qualche ingombrante "bidone" - committenti che non pagano - da centinaia di milioni. Ma nonostante tutto, la soddisfazione, alla fine, permette di superare le amarezze. "Perché nel restauro - spiega Giuseppe - c'è il contatto diretto con il proprietario e con il professionista. Non si può progettare fino in fondo, un restauro, è sempre tutto da scoprire in corso d'opera, si decide lì per lì, l'impresa collabora con il professionista. Che a volte, e lo dico senza presunzione, non possiede tutta l'esperienza necessaria". Forse anche per questo, quando gli chiedi quale sia il lavoro eseguito dalla sua impresa di cui oggi vada più fiero, Giuseppe Bernacchi fa un rapido conto e poi dichiara secco: "Tutti". Tutti, "tranne le nuove costruzioni di tanti anni fa. Anch'io - sospira a occhi bassi quasi a confessare imi grave peccato - nella mia carriera ho fatto qualcosa di cui mi vergogno un po'".

Ciò di cui oggi, comunque, Beppe proprio non si vergogna, il suo "capolavoro", è la famiglia. La moglie alla guida dell'emporio, i figli che si conquistano spazi dentro e fuori l'impresa paterna.

L' azienda Bernacchi comprende oggi le seguenti attività: